Domenica, 21 Settembre 2014 00:00

Lisetta Carmi e lo stereotipo del travestito negli anni 60 relegato dalla socetà al ruolo di prostituta. In evidenza

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Quei travestiti che Lisetta Carmi alla fine degli anni '60 ha saputo cogliere tra i carrugi genovesi nei loro gesti quotidiani e la loro umanità.

 

Lisetta Carmi ha un ruolo importante nella fotografia italiana per il proprio modo di indagare il tessuto sociale. In lei traspare la forte personalità che ha saputo vedere in Genova e nei "suoi travestiti" la "spietata e graffiante realtà, [...] di gesti riservati, di dialoghi intimi, di attese e di speranze".

Forte di una carriera di reportages da fotografa freelance la Carmi ha scelto di indagare la quotidianità dei travestiti, fuori dai luoghi comuni e dalle facili interpretazioni "acritiche" di chi riporta questa realtà come un dato di fatto stereotipato e, peggio, con il gusto voyeristico e morboso di guardare il diverso dal buco della serratura.

Serratura in cui Lisetta Carmi si è addentrata senza pregiudizi e ne è uscita vincitrice insieme ai suoi soggetti.

Nella festa del capodanno1965 la Carmi conosce i travestiti nel primo “ghetto” in Italia di prostituzione dei travestiti e comincia a fotografarli. Per sei anni li frequenta e ne diventa intima amica ritraendoli in tutti i momenti della loro vita, dal “battere” nei vicoli all’incontro con i clienti, nella preparazione dei trucchi e nella vita normale vestiti da uomo. Conosce così personaggi incredibili con storie di emarginazione e tentativi di normalità: la Morena che ha ispirato la canzone di Fabrizio De Andrè “Boccadirose” che desidera farsi suora; la Gitana il capo del “ghetto”, la più anziana del gruppo, che fu giovane amante di De Pisis; e la bella Elena che da gruista del porto sceglie di cambiare mestiere per fare la “battona”.

 

..""I Travestiti svolgono un servizio sociale?

Sono l'espressione enfatizzata ed esasperata di un modo ormai superato (o in via di superamento) di considerare la donna come un bene di consumo?

Sono l'avanguardia paradossale e contraddittoria di un modo nuovo di concepire (o di abolire) i ruoli assegnati all'uomo e alla donna?

O sono tutte queste cose insieme?

Io sono entrata nell'ambiente dei travestiti per caso nel 1965 durante una festa di capodanno: li ho rivisti successivamente nella loro vita quotidiana e ho cominciato a vivere con loro e a fotografarli.

Li ho subito sentiti come esseri umani che vivono e soffrono tutte le contraddizioni della nostra società come minoranza ricercata da una parte e respinta dall'altra.

Non è un caso però se il mio interesse e la mia partecipazione ai loro problemi ha creato fra me e loro una fiducia, un affetto e una comprensione che mi hanno permesso di fare questo lavoro con un rapporto che andava al di là di un normale rapporto fra fotografo e fotografati.

Io stessa in quel tempo ero assillata - forse a livello inconscio - da problemi di identificazione maschile o femminile.

Oggi capisco che non si trattava tanto di accettazione di uno "stato" quanto di rifiuto di un "ruolo".

E i travestiti (o meglio il mio rapporto coi travestiti) mi hanno aiutato ad accettarmi per quello che sono: una persona che vive senza ruolo. Osservare i travestiti mi ha fatto capire che tutto ciò che è maschile può essere anche femminile, e viceversa. Non esistono comportamenti obbligati, se non in una tradizione autoritaria che ci viene imposta fin dall'infanzia.

Ma chi sono i travestiti?

Perché - al di là di un mezzo per vivere - cercano così disperatamente la condizione femminile?

Che cosa significa per loro il mito della donna? E che cosa è "la donna"? intendo non solo per loro ma anche per i clienti.

Tutte domande a cui è difficile dare una risposta, ma che sono vive e presenti nel nostro tempo e che mettono oggi in crisi il rapporto uomo-donna.

I travestiti si mascherano, è vero; ma lo fanno per necessità. Hanno però il coraggio di fare quello che fanno e di affrontare una realtà spesso drammatica e violenta. Per molti di loro non esiste una alternativa di lavoro: come uomini hanno un aspetto troppo femminile,come donne hanno l'impedimento dello stato anagrafico maschile. Sopportano stati di solitudine incredibile proprio perché da una parte la società li ricerca e dall'altra li isola, li obbliga praticamente a vivere in ghetti (a Genova il loro quartiere è proprio l'antico ghetto degli ebrei), ha paura di riconoscersi in loro. Li usa, li paga, li giudica: ignorando volutamente che sono esseri umani.

Ma io credo che il giudizio che noi diamo degli altri è quasi sempre un giudizio che noi diamo di noi stessi; ciò che negli altri ci spaventa è in noi; e difendiamo noi stessi sempre offendendo quella parte di noi che rifiutiamo.

Mi diceva un travestito, riferendosi alla sua vita privata e non certo al suo lavoro:

"Quando io ho un rapporto d'amore, non mi importa se è con un uomo o con una donna: è un essere umano che in quel momento mi dà se stesso e al quale io do me stesso". Una difesa dell'omosessualità? No.

Forse è invece un'apertura verso rapporti umani più veri e più liberi e il rifiuto di rapporti standardizzati e violenti.

E non è un caso che proprio lo stesso travestito, che anni fa appariva come una bellissima donna, oggi ha ritrovato la sua parte maschile, attende con gioia un figlio dalla donna che ama, e non fa più il travestito. La sua è stata un'avventura umana, un ritrovarsi da solo con le sue sole forze, in una società che per difendere dei principi non è più capace di vedere gli uomini"". (Lisetta Carmi)

 

Via del Campo c'è una graziosa

gli occhi grandi color di foglia

tutta notte sta sulla soglia

vende a tutti la stessa rosa


Così, nel 1967, cantava Fabrizio De Andrè in "Via del Campo", rendendo famose in tutta Italia le "graziose" di Genova, quelle che a Napoli chiamavano "femminielli" e altrove "travestiti". Ma l'Italia scoprì le "graziose" non solo grazie alla voce di De Andrè, ma anche al libro "I travestiti" di Lisetta Carmi, un'artista sempre interessata al sociale che ha seguito con la sua macchina fotografica i "travestiti" genovesi dal 1965 al 1971, stringendo amicizie durate anni.

Le sue foto sono immagini di un bianco e nero lontano, provenienti da un mondo scomparso, remoto. Sono il racconto di una realtà di cui sta già scomparendo il nome: non ci sono più i "travestiti", nel mondo dell'ufficialità, scomparsi sotto la valanga di "crossdresser", "drag queen", "transgender", "gender bender", "feticisti delle calze"... Tutti nomi di quella che potrebbe diventare la più radicale delle rivoluzioni.

Ma gli stereotipi e l' emarginazione resistono e i "travestiti", orfani di quell'antica magia, gemme di una luce futura.

Resistono in siti specializzati, dove il sesso da supermarket la fa da padrona come altrove, ma dove trova ancora respiro un romanticismo nuovo, scevro dalla retorica dei fiori d'arancio e della fedeltà che significa amore.

Resistono con le loro parrucche, con i loro trucchi, con i loro vestiti e con le loro maschere. Cose che servono a nascondere, ma che loro usano per rivelare.

Resistono i "travestiti", corteggiati da uomini che si definiscono "etero", ma che tutti chiamano "omosessuali repressi", uomini in cerca di cazzo e di giustificazioni. E forse è anche vero.

O forse è falso. Perché questi uomini, o alcuni di essi, cercano la donna vera, la donna pura, la donna-donna. Una donna che li ami, che li rispetti, che li curi, che li celebri come uomini veri. La donna sepolta sotto le macerie della tradizione. La donna che non trovano più, se non in tanti "travestiti".

Sono uomini attaccati alla tradizione come parassiti, certi amanti dei "travestiti". E il fatto che spesso siano uomini di destra , cattolici, conservatori, nazionalisti, machilisti e gloriosamente italici non è affatto un caso. Nè, tanto meno, una contraddizione.

Ma sono anche uomini che hanno avuto sgargianti intuizioni rivoluzionarie: che il confine tra i generi non è così netto, che una donna è donna per quello che ha in testa e non tra le gambe, che il desiderio può trasformare un pene in una grossa clitoride...

 

Chissà quando arriverà il giorno in cui la rivoluzione esploderà loro nella mente e non solo nei loro comportamenti segreti. Finalmente cadranno gli stereotipi e la falsa morale che lega chi ha come unico sogno nel cassetto quello di poter esprimere liberamente il suo stato di essere umano senza per forza doversi sentire legato ed un genere o con la paura del' altrui pregiudizio.

 

 

Letto 2306 volte Ultima modifica il Domenica, 21 Settembre 2014 19:54
Irene

Ormai con gli anni sono diventata una miss..

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1 commento

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