Giovedì, 11 Settembre 2014 00:00

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Una spiegazione sociale

 

Interessi truccati

 

 

 

Oltre le convenzioni:
(liberamente tratto e tradotto da "Vested Interests - Breaking the code: travestitism and gay identity" di Marjorie Garber)
Nell’aprile del 1990 in una rubrica di un giornale americano per adolescenti, il San Francisco Chronicle, apparve la seguente lettera:
Cara Beth: molte volte hai parlato di travestitismo. Ho deciso di far sapere alla mia ragazza, che sperò vorrà essere eventualmente al mio fianco, che ci sono delle volte in cui io vorrei indossare le sue gonne e le sue mutandine piuttosto che le mie mutande.

Sai che a quale percentuale di uomini ha gli stessi gusti ? Forse potrebbe aiutarmi a convincerla che non sono una persona davvero al di fuori dell’ordinario. A me e agli altri come me manca l’accettazione di cui i gay oggi generalmente godono. - Lewis
Beth Winship, nella sua risposta scrisse:
Non ho mai visto una statistica della percentuale di travestiti, ma so che ce n’è un bel pò, visto le innumerevoli lettere che ricevo da loro. Molta gente pensa che il travestitismo sia un segno dell’omosessualità. Non è così. Ad alcuni gay piace vestirsi da donna, ma non a tutti, e molti travestiti non sono gay. Molti hanno delle donne felici e invidiabili. Spero che questo convinca la tua ragazza.
Dalla rubrica "Chiedi a Beth", 29 aprile 1990.

DAI TALK ALLA PSICOTERAPIA: IL TRAVESTITISMO E L'OMOSESSUALITA'

I travestiti non fanno parte del mondo gay e lesbico e non si identificano nella maniera in cui vengono descritti dalla pubblica opinione, si sentono, quindi, appartenere ad una minoranza, non capita e malrappresentata, nella minoranza. Ma la gente fa fatica ad accettare questa distinzione. Ci sono due popolari trasmissioni televisive americane degli anni ‘80 in cui in alcune puntate vengono affrontati argomenti relativi al travestitismo. La trasmissione Donahue ospita alcuni trasformisti di un club di Chicago (1987 - Donahue chiede ai trasformisti se sono gay. Alcuni dichiarano di esserlo ma altri si dichiarano bisessuali e altri ancora eterosessuali che si travestono solo per lavoro; affronta l’argomento della moda del travestitismo (1984 - nella puntata in questione lo stesso conduttore, Phil Donahue, appare indossando una gonna e chiedendo al pubblico se sembra un gay ricevendo una risposta positiva); ospita dei travestiti accompagnati dalle loro mogli (1987 - Phil afferma "Molti travestiti non sono, non sono, gay. Appartengono a tutte le classi sociali e hanno storie diverse alle loro spalle. Il ragazzo che ti siede accanto potrebbe indossare delle mutandine da donna". Viene anche aggiunta un’altra distinzione: "I travestiti non hanno alcun interesse a cambiare i loro corpi", sottolineando la differenza tra transessuali e travestiti. Il pubblico chiede ai travestiti se sono gay e quale bagno usano quando si trovano in locali pubblici; solleva argomenti quali la pedofilia - senza sapere che la maggior parte dei crimini viene commessa da gente eterosessuale e non da gay o da travestiti - e quale educazione i travestiti possono dare ai loro figli. Le mogli dei travestiti supportano le spiegazioni dei mariti e affermano che aver ricevuto una tale confidenza ha sicuramente contribuito a far sentire i loro mariti più vicini a loro e inoltre dicono di poter distinguere la donna "travestita" dall’uomo eterosessuale che è nei loro mariti. Una di loro dice di suo marito che si fa chiamare"Rhonda" che non è la persona con cui fa sesso: "dormo con Rhonda ma faccio l’amore con mio marito..:".
Nel febbraio 1989, nella trasmissione concorrente di Donahue, Geraldo Rivera, il conduttore, informa il pubblico che a detta degli esperti i travestiti non sono gay, non sono omosessuali e non sono neppure transessuali" Le solite domande della gente su quali bagni i travestiti usino quando sono vestiti da donna (risposta: quello delle donne), cosa pensano i loro figli (risposta: che sia una sorta di hobby), se vogliono cambiare sesso (risposta: no ma voglio cambiare il mio genere). Durante la trasmissione Geraldo scherzando, come aveva fatto il suo collega Phil, compare indossando abiti femminili.
Nella cultura di oggi capita frequentemente che un gay venga rappresentato da un travestito e che un travestito venga descritto come un gay.
Il motivo è che se c’è una differenza tra un eterosessuale e un gay vogliamo essere in grado di notarla e allora tendiamo ad esaltare l’aspetto del gay per riconoscerne la differenza (perché si vive in una società omofobica), e se notiamo una differenza (un uomo che si veste da donna) vogliamo essere in grado di classificare e catalogare senza pensarci su più di tanto e allora diciamo che un travestito è un gay (visto che viviamo in una società fatta di convenzioni e di regole). Nella nostra società c’è posto per i si o per i no ma non per i forse; per il bianco o per il nero ma non per il grigio; per i maschi o per le femmine ma non per i travestiti che giocano con i generi. C’è un tal desiderio di distinguere la differenza quasi a voler star in guardia dal pericolo di dover mettere in dubbio la propria identità, le proprie certezze. E’ una vera e propria paura che si supera aggrappandosi alle convenzioni e che fa sì che alla fine gay e travestiti vengano identificati in un tutt’uno. La necessità di poter distinguere e di far chiarezza sono sintomatici di un’ansietà di visibilità e di differenziazione e dimostrano la problematicità e l’incertezza delle assunzioni culturali relative alla normalità nel sesso e ai ruoli attribuiti al genere maschile e femminile. Certo non sempre nel passato omosessualità e travestitismo sono stati sinonimi: nel diciottesimo secolo erano note le "Molly Houses" londinesi, club privati dove gli uomini si vestivano da donna per farsi riconoscere dagli altri gay mentre nella Londra elisabettiana sulle strade uomini e donne si travestivano per ragioni di moda, di confort, di piacere, per prostituirsi, per rubare o come segno culturale della loro posizione sociale, alta o bassa.
Il termine "travestito" è stato inventato dal sessuologo tedesco, nonché attivista per i diritti degli omosessuali, Magnus Hirschfeld (1868-1935). Nella sua opera "Sui travestiti", sulla base della sua ricerca su centinaia di casi, Hirschfeld nota che il travestitismo non è correlato all’omosessualità infatti capita più di frequente negli eterosessuali. Recentemente ricercatori e dottori hanno confermato questa tesi e hanno evidenziato un ampio spettro di comportamenti: dalla travestofilia (il travestitismo feticista) al transessualismo al travestitismo non feticista comunemente noto come travestitismo. Richard F. Docter (Travestiti e transessuali: verso una teoria del travestitismo) identifica "cinque tipi di travestitismo con comportamenti eterosessuali: feticismo; travestitismo feticista, travestitismo marginale, transgenderismo, transessualismo secondario (del tipo travestitismo)" e "quattro tipi di persone che si travestono con comportamenti omosessuali: transessuali primari, transessuali secondarie, le cosiddette drag-queen, e gli impersonificatori femminili". Negli studi di Docter le drag-queen sono prostitute, incluse le she-male che indossano abiti femminili sopra un corpo decisamente maschile, mentre le impersonificatrici sono intrattenitrici professionali. Nel passato, al contrario, le drag-queen erano intese come persone di spettacolo e le impersonificatrici erano travestiti con comportamenti omosessuali.
"Il travestitismo di per sé", afferma invece un ricercatore sulla teoria del genere John Money, "non è tanto il cambiar vestiti. Al contrario è una manifestazione dell’atto del vestirsi. Visto che il vestirsi è generalmente legato al genere dappertutto sulla terra, il travestitismo è una dei più specifici atti di identificazione in un genere con l’abbigliamento".
E qui c’è la confusione che si crea parlando di costruzione del genere e attrazioni o tendenze sessuali. Nella trasmissione televisiva Geraldo del febbraio del 1989, un educatore sessuale maschio, che era anche un travestito, afferma "Non ci vestiamo per ragioni sessuali, per attrarre qualcuno. Noi esprimiamo una femminilità che è in noi".
In effetti c’è una sorta di "confusione" che deriva dall’inserire nel dibattito la differenziazione tra genere e sesso o sessualità, differenza molto importante per alcune femministe e per i teorici del genere. Il travestitismo, però, destabilizza tutte queste teorie: non solo la teoria binaria "maschio" e "femmina" (perchè si può scegliere ciò che si vuole), ma anche quelle di gay ed eterosessuale (perché il travestito potrebbe essere gay e/o eterosessuale), e quella di sesso e genere (perché potrebbero esistere travestiti che hanno rapporti sessuali con altri uomini ma sentendosi donne e poi son contenti di ritornare ad essere maschi e non necessariamente per questo sono gay). In questo senso il travestitismo è veramente una "diversità". Nella trasmissione del 1987, Donahue fornisce al pubblico l’indirizzo di un’associazione chiamata Tre-esse (società per il secondo io) i cui membri si chiamano sorelle e che devono essere categoricamente dei travestiti eterosessuali. Per questo l’associazione è stata oggetto di critiche con delle accuse di omofobia e discriminazione lanciate da Joann Roberts, fondatrice dell’associazione per l’educazione della rinascita e autrice del libro "Arte e illusione - Una guida per travestiti" che spiega che il motivo dell’esclusione affermando che quelli della Tre esse "sanno che quasi tutto il travestitismo ha radici sessuali ed erotiche e che i requisiti da loro imposti sono solo da facciata per il pubblico per non far associare il travestitismo a tematiche sessuali".
L’identità transgenere femminile di un maschio travestito o maschile di una donna travestita non sono quelle che alcuni psicologi chiamano identità di genere centrale, di base, reale, piuttosto è un interscambio, un intercalarsi in un altra persona, una parodiata ricontestualizzazione dei tratti del genere e delle categorie che caratterizzano la fantasia del travestitismo. Il transessuale potrebbe voler materializzare quelle fantasie attraverso un’alterazione del corpo; il travestito mantiene la fantasia in un gioco, sebbene spesso attraverso una maniera "ritualistica" di vestire, di farsi chiamare, di comportarsi, di andar in giro. Non è però sempre un gioco, una recita, una serie di maniere di comportarsi. Per molti travestiti, quasi all’opposto, è una professione triste e solitaria.
Un psicoanalista che ha scritto sul travestitismo è Robert Stoller, professore di psichiatria all’università di Los Angeles, nel suo "Sesso e Genere", c’è un passaggio che spiega il meccanismo con cui nasce il comportamento del travestito: "L’intero complesso psicologico che chiamiamo travestitismo è un metodo efficiente per affrontare forti identificazioni femminili senza che la persona senta che il suo senso di mascolinità sia sommerso dai desideri femminili. Il Travestito combatte per non essere distrutto dai suoi desideri femminili, innanzitutto alternando la sua mascolinità con comportamenti femminili, e quindi convincendosi che il suo stato femminile non è permanente; in secondo luogo, essendo consapevole, anche quando veste completamente da donna e si comporta assolutamente in maniera femminile, che ha il simbolo assoluto della mascolinità, un pene. E non c’è segno più evidente della sua presenza quando il travestito sperimenta una rassicurante erezione".
20 anni dopo Stoller pubblica un altro volume di "Sesso e genere" dove nuovamente ribatte: "Il travestito si pone la domanda, - quando sono come una donna, vestendo i suoi abiti e apparendo come donna, sono fuori pericolo ? Sono ancora un uomo, o la donna che è in me mi sta rovinando ?". E la perversione, che gli fa indossare mutandine da donna, che gli fa denudare le cosce, e timidamente copre i capricci, gli risponde - No. Tu sei ancora intatto. Sei un uomo. Non importa quanto femminili siano gli abiti che indossi, tu non perdi l’ultimo simbolo della tua mascolinità, il tuo pene." E il travestito si eccita. Cosa può rassicurare di più del possesso del pene che una piena e genuina erezione ?". Il discorso della rassicurarsi sulla propria mascolinità è quello che Adler chiama la "protesta mascolina". Il discorso della perversione è proprio ciò che differenzia l’uomo dalla donna: non è dato sapere di travestiti donne ma solo di transessuali donne. Secondo Stoller "Non ho mai visto o sentito di una donna biologicamente femmina che mette in dubbio la sua femminilità e che è, ad intermittenza, feticista e travestita.
Questo avvalorerebbe la tesi di Freud che le donne hanno solo nevrosi (per la mancanza di qualcosa) e gli uomini psicosi (per la presenza di qualcosa), perversioni, e fallofilie (come il feticismo e il travestitismo).
D’altronde il pene dell’uomo è il simbolo del feticismo per eccellenza: avere il fallo significa avere il feticismo sebbene Freud tenti di identificare il feticismo con le parti del corpo femminile. Questo perché si dimostra che il possesso del pene è sicuramente indice del possesso del desiderio sessuale che è visibile nell’erezione.
Uno studioso postumo di Freud, Lancan, suggerisce di concentrare la sua attenzione non sull’idea del pene, parte anatomica, ma sul concetto di fallo, parte del desiderio. Ecco che il travestito più di avere il pene o il fallo lo fa intravedere simulando o dimostrando di avere, al contrario, il complesso della castrazione (tra l’altro nascondendo, e quindi proteggendo, le sue parti intime che gli servono poi per rassicurasi la sua identità maschile): quello che hanno le giovani donne per la mancanza del pene/fallo e che poi superano, evitando le neurosi, con il desiderio dell’uomo che rappresenta il pene/fallo.
Il travestito può essere quindi un feticista, nella sua parte maschile, provando piacere nel dimostrare il complesso di castrazione delle donne.

RIVISTE E UNIVERSITA' PER TRAVESTITE

Il bagno delle donne ("la stanza della cipria") è una scommessa, un posto per un test della propria credibilità. Come scritto in Tapestry (n. 50, 1987, di Kay Gould) la rivista per tv e ts. Dopo la visita al reparto cosmetici di un grande magazzino per parlare con il linguaggi delle donne, il passo successivo è la sala della cipria, altamente pericolosa per molti, ma non per le più coraggiose traveste, è un rito di passaggio per alcune, un obiettivo da raggiungere per molte. Dalla stessa rivista Tapestry è ripreso un articolo intitolato "Donna a Donna" apparso anche sul bollettino dell’affiliata inglese, gruppo eterosessuale di travestiti, dell’associazione Beaumont, che aveva ristampato l’articolo da SHAFT Newletter, una pubblicazione per travestiti nel regno unito. L’autore scrive "una check-list per coloro che sono ai primi passi del loro divenire donne.
Nella sezione de "L’uso dello specchio" si raccomanda di provare quanto più è possibile tutti gli abiti di fronte ad uno specchio grande. Un’altra raccomandazione riguarda lo stile del trucco che deve assomigliare a quello più abitualmente in uso nel paese dove ci si trova (negli States le donne usano più make-up che in Europa, ad esempio). Un tal decalogo rischia alla fine di essere una sorta di leggi elisabettiane per travestiti ma qui l’obiettivo trasgressivo è proprio l’essere passabili: è anche questo che differenzia il travestito dal gay, dal transessuale, dal trasformista.
Sull’argomento dello "Smalto per unghie" si fa notare che "lo smalto rosso brillante vermiglio è ormai passato di moda ed è associato oggi alle donne comuni"; su "lo stile della capigliatura" si legge "gli stili con i boccoli appartengono agli anni sessanta, per cui scegliete uno stile più aggiornato....se portate una parrucca sceglietela con cura". Sul trucco agli occhi è contenuta un’avvertenza a non esagerare con la matita ("Gli occhi alla Bettie Davies appartengono a molto, molto tempo fa).
Sul "vestirsi", c’è un ulteriore avviso: "non comprare mai ad impulso...se avete spalle larghe....scegliete vestiti che siano grandi abbastanza...non indossate abiti scollati senza aver previamente depilato la parte del petto e del collo. Questo significa radervi o depilarvi frequentemente". Il trasformista, la drag-queen non si interessa di questi piccoli particolari anzi vuole la stonatura dei peli e degli abiti scollati.
Sembra quasi che Tapestry e SHAFT parlino di una un concetto di donna artefatta, assemblata da una collezione di parti: parrucca, unghia laccate, mascara. Il genere è modificato e costruito nelle pagine di questi giornali per cui le doppie virgolette nel titolo dell’articolo Da "Donna" a "Donna" rimarcano quasi un’insicurezza nella dimostrabilità del loro genere sociale desiderato. La critica che viene mossa a questi tipi di giornali è che il tipo di donna che le donne travestite concettualizzano è un artefatto: ma è così che si viene a creare una cultura e un simbolismo dal travestitismo.
L’articolo ha termine con due sezioni sull’eleganza della "Terminologia" e del "Comportamento" che sottolineano la necessità di essere aggiornate e non sorpassate per evitare quel tipo di stereotipo di travestito troppo riconoscibile.
In "Terminologia": "Familiarizzatevi con i termini che servono a descrivere i vestiti e non usate quelli che conoscete: probabilmente sono quelli che utilizzava vostra madre !". Ancora una volta c’è il desiderio di essere passabili, di non essere messe nella categoria dei "bizzarri" e da questo deriva una certa conformità. Essere fuori moda è la paura che abbraccia sia il vestire che il linguaggio delle traveste.
Il riferimento al linguaggio utilizzato dalla madre è un po’ un cliché nell’analisi popolare del travestitismo: una delle teorie che tenderebbe a spiegare questo fenomeno attribuisce il desiderio di travestirsi all’iperdipendenza nei confronti della madre sia che venga accesa da amore che da odio. Una vicinanza eccessiva alla madre genererebbe un desiderio non solo di essere separata da lei ma anche di essere lei. Ma ciò potrebbe esser vero per alcuni travestiti. Altri obiettano che l’attenzione ad essere attuali non tenderebbe ad avvalorare la tesi sopra descritta. In realtà i travestititi non vorrebbero vestirsi come la madre quanto piuttosto aver accesso agli abiti del genere di appartenenza della madre: è un confronto più che un mimare o un parodiare.
Per quanto riguarda il "Comportamento" da - "Donna" a "Donna" - asserisce "star seduta indossando una gonna è un’arte. Non ti sedere mai con le ginocchia aperte, soprattutto se la gonna è da lato corto. L’imbarazzo sulle facce degli astanti sarà evidente perché possono vedere le mutandine". "Se sei alta non chiamare l’omino che ti attende alla porta -omaccione - perché potresti esser fraintesa". "Se sei una cinquantenne e non vorresti essere una nonnina di mezza età, allora scegli abiti che non siano per vecchiette. Vestirsi e comportarsi come una ragazzina quando non lo sei è la formula per i disastri". L’articolo ammonisce sullo "stare in pose scultoree, menti con una certa angolatura...". Le traveste, se vogliono essere credibili come donne, non dovrebbero presentarsi come statue o manichini, nonostante la lunga storia dell’immagine romantica che ha il ruolo. Manichini, modelle; queste posizioni e identità sono solo funzionali allo specchio, o sulle pagine di una rivista, o sulla vetrina di un grande magazzino. Ancora una volta l’imitazione della donna rischia di oltrepassare il modello reale.
Strano ma sembrerebbe che chi ama le uniforme esprima un’altra forma di attrazione femminile. Si parla di eleganza dell’abito e quindi dell’uniforme la cui similitudine venne notata dall’uomo che coniò il termine travestito, Magnus Hirschfeld, l’avvocato omosessuale attivista dei diritti degli omosessuali. Hirschfeld fondò il primo istituto per le scienze sessuali collezionando più di 20.000 testi nella sua libreria e 35.000 foto, molte delle quali, assieme ai questionari compilati da migliaia di persone, furono distrutti dai nazisti. Il suo testo "Sui travestiti" del 1910 si nota che nell’esercito c’è la più alta percentuale di travestiti. Si supponeva che le donne che volevano arruolarsi lo facevano, la maggior parte, per amore dell’uniforme e gli uomini, in parte, vedevano
una relazione tra le uniformi militari e le fantasie erotiche legate ai vestiti del genere opposto che nasceva da un’insieme di fattori quale la violenza degli uomini, l’incertezza dell’identità omosessuale, la riproposizione in chiave carnevalesca dei rapporti di potere tra sessi diversi, l’erotismo delle comunità composte da persone dello stesso sesso.
A proposito di comunità composte dallo stesso sesso e di puritanesimo: ad Harvard fin dal 1655 ci sono delle regole ben precise sul vestiario e sul comportamento per gli studenti: nel 1692 il dandismo venne proibito. Nel 1712 uno studente, George Hussey, fu multato ed espulso da Harvard perché durante le elezioni fu sorpreso passeggiare a Cambridge vestito da donna. Nel 1734 fu proibito esplicitamente il travestimento da donna. Sebbene ad Harvard nascesse più tardi, il travestitismo era consentito solo come esercizio accademico, l’Hasty Pudding Theatricals, uno show teatrale molto famoso che ebbe successo anche fuori dall0università. A Yale una regola molto strana fu presa nel 1915 quando si impose agli attori che interpretavano personaggi femminili di non farlo per più di un anno perché si credeva che una continua rappresentazione tendesse a rendere effeminati gli uomini. Una tale regola venne presto adottata dalle altre famose università americane. Anche i professori che insegnavano teatro erano d’accordo sulla tendenza ad effeminarsi di coloro che interpretavano ruoli femminili. Molto interessante è che il tema dell’omosessualità è escluso da queste considerazioni: gli uomini tendono a diventare donne non gay. L’Hasty Pudding nonostante queste restrizioni fu tollerato: si tratta di uno degli avvenimenti più d’élite legato al travestitismo perché a farlo sono gli studenti di uno dei più prestigiosi atenei del mondo. Così come alcuni club rimangono d’élite: il "Tavern Club" a Boston o il "Bohemian Club" a San Francisco che conta più di 2300 membri e che organizza una volta all’anno nelle foreste a nord della città un suo show.

UN PO' DI STORIA DEL VESTIRSI

La storia del vestirsi è condizionata da motivi politici (i famosi editti sul vestire di Elisabetta; gli abbigliamenti di protesta contro i regimi, etc., il vestire come simbolo di una certa nazione), economici (supportare le industrie di abbigliamento nazionali); sociali (il distinguere rango e genere). Sicuramente quando questi motivi entrano a far parte di una certa cultura, allora nasce anche una paranoia individuale e collettiva nei confronti di questi aspetti della vita. E così nelle istituzioni tipo accademie, eserciti, monarchie assolute, collegi, scuole, viene avversato il travestitismo come simbolo di dissoluzione dei confini, delle convenzioni, dell’arbitrio delle leggi sociali e delle tradizioni. Il 13 agosto 1597, la regina Elisabetta, a causa del "nell’eccesso dell’apparire" e per "la confusione dei gradi per cui è possibile vedere delle persone medie che sono vestite in maniera più adorna dei benestanti", vara una legge per gli uomini e per le donne in cui si prescrivono dei divieti che non si estendono a coloro che hanno un reddito superiore ai 500 marchi. Vestirsi come si voleva diveniva un pregio di classe. Chi si travestiva allora lo faceva per dimostrare che era alla moda, che era benestante, che poteva permettersi di indossare indumenti dell’altro genere. All’epoca del regno di James, le leggi di Elisabetta furono sospese ma la corte continuava ad essere popolata da persone abbigliate da un modo unisex: si portavano orecchini e scarpe uguali sia per gli uomini che per le donne. Alcune pubblicazioni dell’epoca Hic Mulier: Or, the Man-Woman si sentenzia che il fatto di vestirsi con abiti femminili non sia un indice di omosessualità ma di disponibilità sessuale. In Haec Vir: Or, the womanish-man si discute delle donne che si travestono da uomini e così facendo fanno sentire i loro diritti. Anche l’antico testamento, nel libro del Deuteronomio prescrive: "La donna non dovrebbe indossare ciò che di pertinenza dell’uomo, né l’uomo dovrebbe indossare ornamenti della donna".
Il travestitismo in questo senso risulta una pratica altamente destabilizzante e più che una categoria di persone in crisi è una vera e propria crisi della categoria (visto che le persone possono scegliere la categoria a cui appartenere). I puritani invocando questa norma religiosa hanno sempre detestato il teatro dove gli uomini si vestono da donne e le donne da uomini. Il Dr. Raynolds, un puritano, un professore di greco ad Oxford, nel suo "Oltre le commedie teatrali" del 1972 asserisce: "State attenti ai bei giovani trasformati in donne...perché un ornamento da donna posto su un uomo lo tocca con veemenza e lo le rimembranza e l’immaginazione di una donna; e l’immaginazione di essere una cosa desiderabile accende il desiderio". Si tratta della descrizione del classico scenario feticistico nel quale la donna che è ricordata e immaginata è la madre fallica (con il fallo) di Freud. In realtà il meccanismo della sostituzione è quello utilizzato da ciò che Reynolds e i suoi allievi odiano in maniera quasi isterica: il teatro dove immaginazione, capacità di giocare nei ruoli, capacità di adattarsi in diversi costumi sono doti eccezionali
Il travestitismo in questo senso rappresenta ancora una volta una forza dirompente e incontrollabile.

 

Fonte: www.arcitrans.it

 

Letto 1806 volte Ultima modifica il Giovedì, 11 Settembre 2014 21:13
Valentina

Fatti non fummo a viver come bruti, ma per seguir virtude e canoscenza.

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